giovedì 28 maggio 2009

I WANT TO SEE A PORTFOLIO THAT WILL MELT MY FACE

Omar Vulpinari inizia a parlare, colloquialmente, piacevolissimo all’ascolto, è qua per spiegarci cosa ci dev’essere (e cosa non ci dev’essere) in un buon portfolio. Parte da una citazione di Jack Black [adesso non dovete far altro che andare fuori e sciogliere le facce] e spiega che chi come lui per lavoro si trova ad esaminare centinaia di portfoli all’anno spesso non vi dedica più di una decina di secondi, quindi l’imperativo dev’essere “colpire”, costringere all’attenzione, rapire.
Mi ritrovo a prendere appunti concitata, entusiasta, come non capitava dal liceo. Mi rendo conto anche di essere l’unica a prendere appunti, ma qua sono un’outsider.
Vulpinari spiega che un buon portfolio può essere minimalista, politicizzato, poetico, forte, ma deve avere comunque “un potere d’intrattenimento pari al sesso”.
Il “sistema contenitore” del suddetto dev’essere inoltre originale, unico; chè sono passati i tempi dei raccoglitori neri ad anelli, poi sorridendo ammette che i suoi primi portfoli erano appunto presentati sul classico libbricino nero. Tra gli esempi presentati come esempi di contenitore spicca un calco di un volto col portfolio arrotolato all’interno, o una maxi cartolina postale dalla Svizzera, recapitata dall’autore vestito da postino svizzero a cavallo di una bicicletta originale della posta svizzera.
Dopo aver catturato la curiosità del sadico esaminatore tuttavia è necessario mantenere alto l’interesse, per non lasciare un sapore amaro in bocca, “come quando si va a vedere un film al cinema perchè il trailer sembra spettacolare e poi si scopre che è una cagata pazzesca”.
Il contenuto dev’essere all’altezza del contenitore, se non superiore, si può giocare sulle dimensioni, enormi e minime, è consigliabile anche una lettera d’intenti, per presentarsi.
Bisogna tener conto anche del fatto che il lavoro dev’essere visionabile velocemente, presentarlo su cartaceo, su schermo (se in formato facilmente fruibile, ad es. PDF) o online è consigliabile.
Al portfolio va sempre allegato un curriculum completo, e qua il nostro relatore consiglia di non affidarsi al classico foglio di word ma di rendere anche il currriculum un manifesto di creatività. Anche i documenti e le lettere di raccomandazione faranno un’impressione migliore organizzati in maniera originale piuttosto che infilati in comuni buste.
Tralaltro sarebbe preferibile preparare ogni volta un portfolio “ad hoc”, per carpire l’interesse di chi lo visiona come per dimostrare il proprio interesse per quel preciso progetto.
Consigliabile è anche inserire qualche “extra”, ovvero oggetti originali che possano essere anche considerati piacevoli omaggi (magliette, portapenne, marmellate della nonna, salami fatti in casa, etc…),
L’importante è essere consci che il portfolio deve offrire uno scorcio del proprio massimo di creatività e disciplina, quindi bisogna anche un po’ imparare a “vendersi”. Nel senso che se c’è un buon lavoro in cui un particoare è molto bello è consigliabile mettere soltanto quello.
Tra le cose da non dire c’è la frase tipica “questo è il mio portfolio, ma io non sono così, è che non mi han mai dato l’opportunità di esprimermi come avrei voluto”. E’ altamente controproducente, e il consiglio che viene dato è di crearsi i propri progetti ideali, proporsi ad associazioni, lavorare gratis, fare ricerca individuale. per dare il meglio di sè.
Può essere carino anche accludere alcuni schizzi del lavoro accanto alla rappresentazione del lavoro compiuto, per mostrare l’evoluzione del processo creativo.
Ciò che non bisogna assolutamente fare è invece presentare il proprio portfolio in buste di plastica (”rifuggitele come la peste”), non spedire soldi (sì, capita anche quello) e non accludere tutto l’archivio chè tanto nessuno mai avrà tempo di visionarlo.
Si deve scegliere il “meglio del pertinente”, adattare il lavoro al tipo di richiesta, non inserire foto “se non si possiete il magnetismo di Brad Pitt”, e, soprattutto, mai inserire un lavoro vecchio o che non rispecchia l’autore.
Nei rarissimi casi in cui ci si dovesse trovare a dover presentare personalmente il portfolio la cosa più importante è cercare di stabilire un contatto con chi dovrà poi esaminarlo, documentarsi in maniera d’avere poi qualcosa da dire.
(testo di Rachele Sacco per Teach me, www.teachme.it)
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Omar Vulpinari studia Comunicazione all’Università di Bologna e Progettazione Grafica all’Albe Steiner di Ravenna. Dopo aver sviluppato progetti di ricerca nel campo della comunicazione visiva, brand identity, comunicazione di pubblica utilità e design editoriale, dal 1998 è direttore del Dipartimento di Comunicazione Visiva di Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton.

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